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| venerdì 18 maggio 2012 |

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Sadomaso in un privè
Un collare di pietre preziose
Inviato da Farfallina
Quando il ragazzo con cui mi ero appartata in una delle ultime file del cinema Astoria mi accarezzò le tette mi scoprii priva di qualsiasi difesa. Da poco avevo compiuto quattordici anni, mi sentivo donna e invece ero soltanto una ragazzina. Tutt'a un tratto mi ritrovai con i capezzoli turgidi, il respiro in affanno e la fica bagnata fradicia. Un insieme di sensazioni del tutto sconosciute a un'adolescente innocente come ero io a quella età. Mi divincolai dall'abbraccio del ragazzo con cui stavo pomiciando e scappai in strada rincorsa dal mio spasimante.
Se quella acerba esperienza si concluse in malo modo, altre ne seguirono con corteggiatori più agguerriti. A ogni incontro mi sentivo smarrita di fronte alla loro aggressività. Ritrovarmi addosso le mani di un ragazzo che, abusando della mia manifesta ingenuità, ne approfittava per palparmi ogni parte del corpo mi metteva a disagio. Mi sentivo umiliata nel dovermi sottomettere alle loro voglie, ma nello stesso tempo mi accendevo di calore per il piacere che avvertivo nell'essere toccata dalle loro mani.
Da ragazza, contrariamente a quanto succede ora, non ero solita carezzarmi le tette, né tanto meno leccarmi i capezzoli. Di rado praticavo l'autoerotismo. lo facevo sotto la doccia mentre spargevo il sapone sulla pelle e accarezzavo le parti più intime del mio corpo.
Rimasi sconcertata nel constatare quanto piacere sapevo procurami spremendo i capezzoli e introducendo le dita nella passera, ma evitavo di farlo troppo spesso. Esercitare pratiche autoerotiche mi lasciava addosso una sensazione di sporcizia. Colpa dell'educazione puritana ricevuta dai miei genitori che mi faceva considerare la masturbazione come un atto disdicevole e contrario alla natura umana.
A differenza della maggioranza delle mie coetanee a diciotto anni ero ancora vergine, sebbene non disdegnassi masturbarmi. Il fatto è che non ero consapevole del bene prezioso che custodivo fra le cosce e nel fondoschiena. Occorse parecchio tempo prima che riuscissi a sconfiggere le paure che mi portavo addosso. Non era avversione per gli uomini quella che mi tratteneva dall'avere rapporti completi con l'altro sesso, bensì il timore di rendere manifesto il carattere perverso che celavo dentro me.
La prima volta che un uomo mi trascinò la mano sopra il suo cazzo rimasi sorpresa dalla consistenza di quel rotolo di carne. Scostai le dita spaventata perché non immaginavo che un cazzo potesse raggiungere simili dimensioni. Mi riusciva difficile concepire che un gingillo di tale grandezza potesse infilarsi nella mia fica senza produrmi dolore.
Superato l'iniziale sconcerto cominciai a darmi da fare masturbando i miei occasionali spasimanti. Mi piaceva adoperarmi nel fargli delle seghe, gliene sparavo una dopo l'altra, fintanto che il cazzo si afflosciava inerme. Stringere fra le dita un cazzo era quanto di più eccitante potesse succedermi durante la mia adolescenza.
Ai ragazzi con cui mi appartavo permettevo di baciarmi e carezzarmi le tette. A nessuno consentivo di toccarmi la fica, tanto meno di scoparmi. Mi piaceva stringere nella mano il loro cazzo, questo sì, ma rifiutavo di succhiarlo. Ne provavo repulsione al solo pensiero di doverlo fare. Andavo invece da sballo nel dare ascolto ai tremori dei corpi dei miei occasionali compagni quando eiaculavano imbrattandomi le dita di sperma. A tutti davo l'impressione d'essere una ragazza disinibita, aperta a qualsiasi esperienza, ma non la ero affatto.
Quando ho perduto la verginità, cedendo alle insistenze di Ermanno, colui che in seguito è diventato mio marito, la mia vita è cambiata in modo radicale. Avevo vent'anni e rispetto alle mie coetanee mi consideravo una ritardata sessuale. E' stato lui a iniziarmi a un certo tipo di masturbazione obbligandomi a praticarla in maniera regolare. Gli piaceva stare a guardarmi mentre umettavo le dita di saliva e accarezzavo la fica articolando parole che lui stesso mi suggeriva.
Mostrarmi con le gambe divaricate, intenta a masturbarmi, lo eccitava da stare male. A Ermanno piaceva mostrasi nudo, col cazzo in erezione, senza toccarsi, con lo sguardo rivolto alla mia fica indecentemente esposta, senza chiedere in cambio null'altro che potere assistere ai miei piaceri solitari. La sua non era soltanto una provocazione. Aveva un disegno erotico che gli frullava la testa e lo perseguiva con rigore. Quello a cui mirava era farmi crescere sessualmente, l'ho capito soltanto molto tempo dopo e di questo gliene sono grata.
Dopo molte resistenze accettai che mi leccasse la fica. All'inizio provavo vergogna. La fessura era la stessa da cui pisciavo e ciclicamente m'insudiciavo di mestruo. Mi riusciva difficile pensare che si potesse leccare. Mi rassegnai a lasciarmi sfiorare i genitali dalla sua lingua, pur sapendo che subito dopo l'avrebbe usata per baciarmi. Trovavo degradante ciò che faceva, specie quando cominciò a leccarmi il buco del culo.
Succhiava e leccava culo e fica in maniera scomposta, senza concedersi un attimo di pausa per respirare, consumandosi nella frenesia di godere e farmi godere. Superata l'iniziale ritrosia cominciai ad apprezzare il modo in cui si prendeva cura dei miei genitali. Gli piaceva succhiarmi il clitoride più di tutto il resto. A ogni orgasmo la testa sembrava scoppiarmi e tremavo in tutto il corpo. Incurante delle mie urla Ermanno si dannava l'anima nello spompinarmi il clitoride fino a farmi stare male. A nulla serviva che lo implorassi di smettere. Non voleva saperne di sospendere l'azione della sua bocca. Premeva le labbra ancora più forte attorno al bocciolo erettile che sporgeva dalla fica. Spompinarmi in quel modo rude lo faceva godere più di una qualsiasi scopata, almeno così pensavo
Col trascorrere dei mesi mi ritrovai asservita ai suoi desideri erotici. Il mio corpo si rivelò uno strumento esclusivo su cui scaricare il suo piacere sessuale. Ero succube di Ermanno e incapace di ribellarmi. Il suo cazzo scorrazzava in ogni anfratto del mio corpo. La sua bocca si nutriva di ogni liquido e sostanza che producevo.
Essere scopata in bocca diventò, con trascorrere del tempo, uno dei piaceri più graditi che mio marito sapeva offrirmi. M'insegnò a tenere le labbra socchiuse durante questa pratica. Esercitare una leggera pressione attorno il cazzo, che a fatica scorreva dentro e fuori la bocca, lo faceva godere di più e col tempo imparai a trarre godimento dal sapore di piscio di cui era impregnata la cappella. Riempirmi la gola di sperma era la ricompensa che ricevevo per l'impegno che ponevo nel succhiarglielo, il cazzo.
Ermanno con la sua pazienza è riuscito a fare emergere un lato oscuro del mio carattere che nemmeno io conoscevo. Soddisfare ogni suo bisogno divenne per me imperativo. Seguitai a farlo fintanto che un giorno mi propose di appagare oltre ai suoi bisogni, anche quelli di altri partner, ed io accettai.
* * *
Il Blu Nuit è una ex balera. Il locale è ubicato in aperta campagna poco distante da Busseto e dall'argine del Po. Ermanno ed io siamo diventati assidui frequentatori del locale e del privé ubicato al primo piano dell'edificio. Ci facciamo visita il sabato sera quando il ritrovo si riempie di coppie in cerca di forti emozioni.
Il pavimento ad acquario occupa la pedana al centro del privé. Carponi, sulla spessa copertura di vetro, completamente nuda, sto immobile, col culo bene in mostra, nell'attesa che uno dei tipi seduti ai tavoli decida di avventarsi su di me. Ciascuno dei miei capezzoli regge una molletta messa lì per infliggermi sofferenza fisica e altrettanto piacere. Una moltitudine di pesci esotici, dalle squame colorate, si muove fra le piante acquatiche e le rocce, in una ambiente vagamente esotico ricreato artificialmente nell'acquario, che sta sotto di me.
Sono parecchie le persone sedute ai tavoli assiepati intorno alla pedana. Ne colgo i sospiri, i gemiti, le parole sommesse e la cosa mi eccita. Lo show di cui sarò una dei protagonisti avrà inizio fra non molto, ed io sono pronta a godere di quanto la serata saprà farmi dono.
Il colpo di frusta giunge sulla mia schiena violento e inaspettato. La corda mi schiocca sulla pelle spezzando il brusio di voci che gravita intorno a me. Inarco il dorso della schiena e scrollo il bacino. Dalla bocca mi esce un vibrato lamento. Giro il capo nella direzione del mio fustigatore e digrigno i denti come fossi una pantera ferita.
L'uomo, per nulla intimorito dal mio sguardo, mi allenta un secondo colpo di frusta. La grossa catena metallica, congiunta al collare di cuoio, con incastonate numerose pietre preziose che ho sistemato attorno al collo, mi tiene ancorata alla pedana. Anche stavolta non sono riuscita a scostarmi. In nessun modo potrei fuggire da qui. Sono asservita al suo potere e alle sue pretese, vittima sacrificale ma compiaciuta d'esserlo.
L'uomo si sposta sulla pedana fintanto che me lo ritrovo di fronte. Il capo è protetto da un cappuccio nero. La sua altezza è inferiore alla media. Mostra una corporatura massiccia frutto di un lungo lavoro di pesi eseguito in palestra. Le maniche della camicia, arrotolate sopra ai gomiti, lasciano vedere le braccia compatte su cui distinguo dei tatuaggi di corpi di donna saldati fra loro con disegni di lacci e catene. Una fascia sottile di pelle di coccodrillo, usata come cinghia, gli sostiene i pantaloni ampi e consumati. Nella mano tiene stretto un bastone alla cui estremità è fissata una corda intrecciata che sbatte con energia nell'aria e la fa scoccare rumorosamente.
Il pavimento ad acquario delimita l'area entro la quale posso muovermi. Unico oggetto d'arredo della scena è un consumato divano di pelle nera. Non sono imprigionata dentro una gabbia metallica come succede a certi felini pericolosi che si esibiscono al circo, ma l'uomo che mi sta davanti si comporta da autentico domatore e la bestia che deve rendere mansueta sono io.
Stasera il locale è stipato di gente. Dalla mia postazione non riesco a vedere i volti dei clienti seduti ai tavoli intorno a me. Mi muovo gattoni sul pavimento intenzionata a raggiungere il divano. L'uomo afferra la catena che ho attaccata al collo e mi trascina al centro della pedana. Un calcio sul fianco mi fa rotolare per terra. Un altro colpo sferrato con maggiore veemenza mi persuade a rimanere supina sul pavimento dell'acquario. Divarico le cosce più che posso e metto in mostra la fessura della fica, determinata ad appagare le voglie che dell'occasionale partner che ho di fronte.
Stasera, prima di presentarmi al Blu Nuit, ho provveduto a radermi i peli intorno alla fica affinché apparisse lucida e bagnata alla gente che mi stava d'intorno in momenti come questo. Considero il mio corpo come un bottino da saccheggiare. Ma il bene prezioso che custodisco fra le cosce, la fica, continua a essere un privilegio esclusivo di mio marito. Il culo invece, d'accordo con Ermanno, lo metto a disposizione di uno qualsiasi dei convenuti che abbia voglia d'incularmi.
E' consuetudine del locale mettere in piedi ogni sabato sera esibizioni come quella di cui sono protagonista. Una coppia è scelta a caso fra quelle disposte a esibirsi. Fare sesso sulla pedana, osservati da un gran numero di persone, è una droga di cui Ermanno ed io non sappiamo più fare a meno. Scopare in pubblico, mentre qualcuno mi sodomizza, è quanto di più eccitante può capitarmi.
D'improvviso Ermanno fa capolino sulla pedana. Allontana con un braccio il domatore. Gli strappa dalla mano lo scudiscio e glielo sbatte sul volto. Smette di picchiarlo soltanto quando vede l'uomo accucciarsi. Solo allora si libera dei vestiti e mi trascina sul divano. Il suo sguardo sfiora la mia pelle. Sono eccitata e non vedo l'ora di essere scopata. Non c'è bisogno di alcun preliminare. Ho la fica umida e il cazzo di Ermanno tradisce la necessaria vitalità. Mi libera dal collare e dalla catena che m'impediscono di muovermi liberamente. Si mette seduto sul divano e gli sono sopra. Colloco il bacino sulle sue cosce e resto immobile col busto eretto davanti a lui. A un suo cenno sollevo i fianchi e infilo il cazzo nella fica. Sono consapevole d'avere su di me gli occhi delle persone sedute ai tavoli. Anche Ermanno ed io ci eccitiamo quando siamo spettatori e guardiamo le altre coppie esibirsi sulla pedana.
Ho le tette gonfie e i capezzoli sporgenti. Ermanno posa le mani sui mie fianchi. Accompagna i movimenti del mio bacino con i suoi. Da quella posizione il cazzo di mio marito raggiunge il massimo della profondità nella fica sfiorando con la cappella il fondo. Incomincio a ruotare le natiche compiaciuta dal complesso di ingredienti che concorrono a rendere esaltanti questi momenti. Le mani di Ermanno mi attanagliano le tette. Levo le mollette da bucato che tengo salde ai capezzoli e lui li accarezza. Scivolo da una condizione di dolore a una di più gradevole sollievo e benessere. Cavalcare il suo cazzo è un piacere unico. Piego ad arco la schiena e scivolo con il corpo sul torace di Ermanno arcuando il culo verso l'alto. Le dita di una mano mi sfiorarono il buco del culo. Dalla mia posizione non riesco a vedere chi ho dietro me, ma so bene chi è costui e cosa sta accingendosi a fare. Il cazzo mi penetra lo sfintere, attraversa l'anello dell'ano, e risale nell'intestino. L'uomo che sta alle mie spalle compie l'atto con molta delicatezza, contrariamente alle sue rozze apparenze.
Dentro il mio corpo si muovono due cazzi separati fra loro da una sottile membrana di pelle. La sofferenza fisica è bilanciata dal piacere che provo nell'essere scopata nel contempo da due uomini. Gli spostamenti dei cazzi sono incerti ma efficaci. Ermanno e il nostro ospite impiegano un po' di tempo ad armonizzare i movimenti. Infine giungono ad accordarsi fondendosi come due gemelli dentro me.
I movimenti dei cazzi sono lenti, sfumati. Spostamenti inconsulti li avrebbero fatti uscire dalle cavità in cui a fatica sono alloggiati. Urlo di piacere quando raggiungo un primo orgasmo. I miei ospiti, incoraggiati dal modo in cui l'ho manifestato, non cessano di scoparmi. Gli orgasmi si susseguono uno dopo l'altro fintanto che il misterioso ospite, piazzato alle mie spalle, si stacca dal mio culo e schizza lo sperma sulla mia schiena, perlomeno questa è la mia percezione.
Ermanno resta solo a scoparmi. Accelera i movimenti dannandosi l'anima senza riuscire a darmi lo stesso piacere che ho provato qualche istante prima quando c'era anche l'altro a scoparmi. Rialzo il busto e poso le braccia sul petto di mio marito. Gli strizzo i capezzoli e abbozzo a muovere le anche stringendo le pareti della fica attorno alla cappella che continua a entrare ed uscirmi.
Nel momento in cui Ermanno incomincia a tremare smetto di muovere il culo e mi stacco dal suo corpo. Afferro i cazzo nella mano e infilo la cappella nella bocca spargendo lo sperma nella gola. Il flusso di liquido lattiginoso è continuo e sembra non debba mai terminare. Deglutisco gran parte del fluido prima di leccare le residue tracce di sperma sulla cappella. Ermanno si rialza e si mette seduto accanto a me. Lo bacio e abbandoniamo la pedana ricca di pesci dai molteplici colori. Uno sciame di applausi accompagna la nostra uscita di scena.
* * *
Sono trascorsi parecchi mesi dall'ultima volta che mi sono resa protagonista di una esibizione sulla pedana del Blu Nuit. Ermanno ed io non abbiamo mai cessato di coinvolgere altre coppie nei nostri giochi amorosi. Durante uno di questi incontri ho conosciuto Tania, una slava dagli occhi di ghiaccio, e mi sono innamorata di lei. Siamo diventate amanti e c'incontriamo di nascosto dai nostri rispettivi mariti. L'amore saffico è diventata l'unica ragione della mia vita. Sono una gran puttana, ma voi lo avevate già capito... vero?
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